Che si tratti dell’imbranato Mimmo, il pignolo Furio o il coatto de Roma Ivano, è sempre lui: Carlo Verdone, che, capace di porsi contemporaneamente sia davanti che dietro la macchina da presa, ha sempre riempito le sale cinematografiche grazie a un esplosivo mix di comicità verbale ed esasperazione dei tic appartenenti all’italiano più o meno medio.
Stesso mix che torna ad essere l’ingrediente vincente di Grande, grosso e verdone, l’ultima fatica del regista, divisa in tre episodi, o tre piccoli film, come lo stesso Verdone preferisce definire.
La prima storia è quella della cattolica famiglia Nuvolone, composta da Leo (Carlo Verdone), Tecla (Geppi Cucciari) e i due figli Clemente e Sisto, che si sveglia di buon’ora per partecipare ad un importante raduno nazionale di boy scout. Ma l’atmosfera serena della giornata viene bruscamente interrotta dalla morte improvvisa dell’anziana madre di Leo che vive con loro. Dopo aver chiamato il medico, che constata l’avvenuto decesso, Leo e Tecla, vestiti da scout, devono occuparsi del funerale. I due si trovano ad avere a che fare con un grottesco impresario di pompe funebri (Massimo Marino) sbucato dal nulla, che cerca di vendergli la bara più costosa. E a causa sua, una triste formalità si trasforma in una sorta di incubo infernale-surreale.
Dopo la cerimonia funebre in chiesa, la povera bara e la famiglia Nuvolone attraversano una serie di “disgrazie” fino a quando, stremati, arrivano al piccolo cimitero fuori Roma. Ma anche lì, non è ancora finita. L’improvvisa apparizione di Guerrino (Stefano Natale), il fratello di Leo giunto dall'Australia, , crea ulteriore scompiglio. Nel piccolo deposito del cimitero ci sono due bare perfettamente identiche senza nessun segno di distinzione. Dopo una grande lite col fratello, Leo riesce a stabilire qual è la bara della povera mamma e a prendere una decisione importante per dare finalmente pace alla salma. Tra critica politico-sociale e attacco al falso perbenismo, si prosegue con il secondo episodio in cui Callisto Cagnato (Carlo Verdone), grande e temuto professore universitario di Storia dell’Arte, dal carattere burbero e severo, é preoccupato dal fatto che il figlio ventenne, Severiano (Andrea Miglio Risi), non riesce ad intrattenere molti rapporti con l'esterno, soprattutto con l’altro sesso. Severiano studia pianoforte al Conservatorio, ma il carattere del padre lo ha reso profondamente insicuro e timido. Vedovo di ben tre mogli, Callisto è convinto che per il figlio sia giunto il momento di rompere il ghiaccio con le ragazze e così, quando durante un esame universitario rimane favorevolmente impressionato da Lucilla (Martina Pinto), una ragazza intelligente dai modi modesti ed educati, decide di organizzare un incontro fra lei e Severiano. Per far questo non esita ad accogliere in casa propria la studentessa ed inaspettatamente i due ragazzi entrano subito in sintonia. Entrambi si sentono vittime delle circostanze della vita: Severiano per avere un padre così severo ed accentratore e Lucilla perché orfana di genitori e cresciuta fra le suore dove tuttora vive. Callisto è molto soddisfatto del rapporto che nasce fra i due ragazzi perché va esattamente come aveva programmato lui, ma in breve tempo i giovani iniziano a desiderare più tempo per stare insieme da soli. Il sentimento che li lega è forte e insieme vogliono potersi liberare da quel regime dittatoriale che vige in casa. Durante una visita speciale alle catacombe, organizzata da Callisto in una zona vietata al pubblico, il loro desiderio sembra materializzarsi. Callisto scompare nei cunicoli labirintici e non riesce a trovare l’uscita. Il fatto diventa notizia da telegiornale e dopo una settimana di ricerche, le speranze di trovarlo in vita diminuiscono nettamente. Severiano e Lucilla possono finalmente vivere il loro amore in piena libertà. Dormono insieme per la prima volta ma l’epilogo della storia è tutt'altro che prevedibile. Difatti all’alba li attende un triste risveglio…
La terza ed ultima storia, vede una coppia benestante ma ignorante, che sta vivendo una profonda crisi matrimoniale. Moreno Vecchiarutti (Carlo Verdone) e sua moglie Enza (Claudia Gerini), gestori di una catena di negozi di telefonia, decidono allora (per ritrovare un dialogo ed una passione svaniti negli anni) di andare in vacanza nel luogo meno adatto a loro: l’Hotel San Domenico di Taormina, di sobria eleganza ed antica tradizione. Con loro c’è il figlio quattordicenne Steven (Emanuele Propizio), che sembra interessarsi solo al calcio e il cui terapista ha consigliato ai coniugi Vecchiarutti di fare una bella vacanza tutti insieme. Moreno, Enza e Steven, però, sono decisamente diversi nei comportamenti e nell'aspetto dalla normale clientela dell'albergo. Sono più un nucleo familiare targato villaggio turistico e la direzione dell’albergo se ne rende conto da subito. Moreno pensa che possa essere chic dispensare mance su mance, anche quando la situazione non lo richiede; la silenziosa piscina dell’hotel al loro arrivo diventa una piscina comunale, fatta schizzi d’acqua ovunque, grida, squilli di cellulari, tanto da spingere alcuni degli ospiti ad abbandonarla e altri ancora ad abbandonare lo stesso albergo e fra l’altro, con il passare dei giorni i conflitti familiari invece di placarsi si fanno più intensi e sembrano in un primo momento allontanarli ulteriormente. Dopo una lite furibonda infatti, entrambi rivolgono altrove le proprie attenzioni. Moreno è attratto da un’ospite dell’albergo, la bella e sofisticata Blanche (Eva Riccobono), molto lontana dai canoni a cui lui è abituato; mentre Enza, che per gelosia ha abbandonato l'albergo e si è trasferita in un altro posto insieme al figlio, è l'oggetto dell'interesse di Fabio Muso (Roberto Farnesi), un attore diventato famoso solo per aver partecipato ad un reality show. Lusingata, Enza si lascia corteggiare da lui, mentre Moreno, parallelamente, fa lo stesso con Blanche che, nonostante tutto, trova le sue maniere cafone molto divertenti. Abbandonato a se stesso, Steven stringe invece un forte legame con Carmela (Clizia Fornasier), la giovane ragazza della reception, che gli offre amicizia e comprensione. Sia Moreno che Enza si lasciano andare con entusiasmo al brivido di queste nuove situazioni ma i loro due spasimanti si rivelano essere assolutamente sbagliati per entrambi. Due personaggi ben più volgari della loro stessa volgarità. Se ne accorgeranno alla fine e a quel punto andranno incontro ad un epilogo sorprendente che non avevano assolutamente previsto. Grande, grosso e Verdone è il film nel quale Verdone reinterpreta i personaggi che ha portato al successo con i suoi primi successi,ma attualizzandoli agli anni 2000 e rendendoli rappresentativi e testimoni della società italiana di oggi. Sono Leo, il candido tenerone di Un sacco bello, Furio, di Bianco, Rosso & Verdone e Viaggi di Nozze e il coatto Ivano (quello di «’O famo strano») di Viaggio di nozze. Rifarli tali e quali sarebbe stato un grande errore. Ecco allora che, con gli sceneggiatori il regista ha pensato di estrarre il “dna” di questi tre caratteri ed immaginare una naturale loro evoluzione negli anni. Quindi li pubblico li ritrova sposati, con figli e con l’età precisa che appartiene a Verdone. Un trucco efficace ma nuovo e anche sobrio.
Nello specifico, il candido Leo, che andava in vacanza a Ladispoli e alzava gli occhi al cielo, si è sposato con Tecla, ha avuto due figlioli paffuti e ora ha una madre defunta da seppellire; il pignolo e metereopatico Furio, che chiamava il servizio di percorribilità strade per viaggiare senza perturbazioni, ha mutuato il nome in Callisto e ora ha un lavoro prestigioso, un appetito immoderato per le squillo e un figlio introverso da sistemare; ed infine Jessica e Ivano, rientrati dal viaggio di nozze, hanno concepito Steven e hanno "affinato" i gusti e i nomi. I coatti, che si sognano signori, ora si chiamano Enza Sessa e Moreno Vecchiarutti. Ma è evidente come il film recuperi i bonari mostri della periferia romana. Leo, il mammone imbranato, è un poeta, chiaramente un perdente in questa società dove anche trovare un loculo è diventata una corsa a ostacoli; Callisto, il professore pedante, è un personaggio sinistro di una cattiveria e diabolicità uniche: di giorno professionista stimatissimo, ostentatamente religioso e di notte un vero porco, volgare e meschino, capace di un trasformismo agghiacciante (qui il tema della doppia personalità di un uomo in apparenza serio, pieno di etica, stimato e temuto per la sua severità, si contrappone ad una vita assolutamente amorale, dissoluta, cinica e prepotente) ed infine Moreno, il coatto di borgata, che, in crisi con la moglie, ha deciso di provare "a ri-farlo strano" a Taormina, dove, tra stratagemmi volti a risvegliare il desiderio sessuale e “mancioni” disumani sparsi ovunque, non solo apprende che “Chi nun c’ha cultura oggi nun va da nessuna parte”, ma arriva a confrontarsi con lo squallore che si nasconde dietro l’apparentemente linda classe agiata, scoprendosi conformista e ordinario.
Nel raccontare che cosa è successo ai suoi personaggi vent'anni dopo, Grande grosso e... Verdone diventa, nemmeno troppo involontariamente, un affresco della società italiana di oggi. Le tre piccole storie sono completamente diverse tra loro nello stile e nei toni e non esiste comun denominatore se non il tema del candore contrapposto all’ immensa volgarità dei nostri tempi. Ma la novità risiede nel fatto che, a differenza di Un sacco bello, Bianco rosso e Verdone e Viaggi di nozze, i tre segmenti sono posti questa volta in maniera sequenziale, senza apparire l’uno meglio o peggio dell’altro.
La cura del direttore della fotografia, Danilo Desideri, è stata quella di dare un’impronta ben precisa a ciascuno dei tre piccoli film. Se il primo vive di colori favolistici, il secondo è un esercizio di stile fatto di luci ed ombre che riporta ad una letteratura cinematografica quasi nordica, molto lontana dai colori della commedia all’italiana. Ed il terzo si pone al servizio del tema: eleganza cromatica delle location e volgarità ben dettagliata nei volti e nelle acconciature estreme dei personaggi. La nascita di questo film è avvenuta quasi “su commissione”. Il titolo del film, evocativo delle prime pellicole di Verdone, è infatti stato inventato dal suo fan club ufficiale, al quale lo stesso regista aveva affidato la scelta prima di iniziare le riprese dopo che 1400 persone gli avevano scritto chiedendogli di riproporre quei personaggi. Oramai i fan aspettano il film da un anno, ma è certo che molte battute ed atteggiamenti saranno destinati a rimanere nell’immaginario di gran parte del pubblico. I tre segmenti funzionano, costruiti come sono su un’ottima sceneggiatura che si rivelerà ricca di risvolti e sorprese, tanto da riuscire sicuramente nella non facile impresa di far ridere tutti, senza differenzedi ceto, età e cultura e per ben 131 minuti circa (quindi non pochi).
Questo è un film che però vive anche di caratteri e coralità. Oltre a Claudia Gerini e Geppi Cucciari con le quali si è puntato all’ironia, le storie sono attraversate da apparizioni di volti noti e caratteristi del piccolo e grande schermo, da Nicola Di Gioia a Roberto Farnesi. Ma è soprattutto la presenza di attori giovanissimi come Andrea Miglio Risi, Emanuele Propizio, Martina Pinto e Clizia Fornasier che porta una bella coralità ed energia fresca. Linguisticamente più evoluto e capace rispetto ai suoi esordi dietro la cinepresa, con Grande, grosso e verdone, vengono fuori il puro talento comico e la satira di Carlo Verdone, la cui capacità di guardare la gente, di tirare fuori tic e vizi dell'italiano medio, colpirà ancora guardando al nostro Paese più cafone e volgare che mai. Una sentita critica di costume e di linguaggio, contrapponendo questa volta al mondo degli adulti il mondo dei giovani.
La pellicola sarà nelle sale il 7 marzo 2008.